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La storia

di Villa Cimbrone

Storia2017-03-17T13:53:56+00:00

STORIA

Introduzione

Notizie attendibili di Villa Cimbrone si hanno intorno al XI secolo e si fondono con quelle del periodo d’oro di Ravello. Essa, trae le origini del suo nome, dal costone roccioso su cui insiste, facente parte anticamente di un vasto podere di lussureggiante vegetazione di oltre otto ettari, denominato «Cimbronium».

Appartenne inizialmente alla nobile famiglia degli Acconciajoco e poi dalla metà del 1300 alla potente e facoltosa famiglia dei Fusco, nobile casato ravellese imparentato con i Pitti di Firenze ed i D’Angiò di Napoli.

Grazie all’appassionato impegno della famiglia Vuilleumier, da qualche decennio Villa Cimbrone ha riacquistato la sua antica dignità sia come luogo storico che come giardino botanico dopo un periodo di relativa decandenza a cavallo della Seconda Guerra mondiale.

L’intuizione di Marco Vuilleumier al finire degli anni ’60, inseguita con profonda tenacia, è all’origine di questa felice impresa di recupero, conservazione e tutela di uno dei più importanti beni culturali campani.

STORIA

I periodi

Villa patrizia, appartenne alla nobile Famiglia degli Acconciajoco poi, successivamente ai Fusco, ricchissimo ed influente casato, imparentati con i Pitti di Firenze,  i D’Angiò di Napoli e i Sasso.

Il possesso di questi fertili terreni, difesi dalla cinta muraria che correva al disotto del promontorio,  fu da sempre  fortemente ambita dalla nobiltà Ravellese per la posizione strategica ma, soprattutto per le ampie spianate coltivabili, pressocchè uniche sul territorio.

Da fonti archivistiche:” Angellotto Fusco fece costruire nel sito la chiesa di S. Angelo a Cimbrone(1301)” e si attesta che “in quel tempo la Famiglia era oramai completamente proprietaria”. Nel 1403 il Re di Napoli, Ladislao di Durazzo, confermò questi diritti donando  anche i benefici inerenti diversi titoli di chiese ravellesi, al suo coppiere e cappellano, Nicola Fusco e ai suoi discendenti.

Famiglia di mercanti e influenti uomini di Chiesa, ebbe in Paolo Fusco (seconda metà del ‘500) uno dei rappresentanti più autorevoli. Vescovo della città(1570-1578), fu benvoluto e rispettato per le sue qualità umane e pastorali e, per la profonda conoscenza delle dottrine giuridiche.

Forte ed intenso, fu il legame dei  Fusco con Cimbrone tanto che, ne mantennero il possesso per oltre cinque secoli e mezzo.

A loro, si devono i maggiori interventi sulla struttura e sul giardino, sottolineati  anche da una lapide marmorea datata 1620, ritrovata nel corso di recenti restauri e, collocata nel Chiostro.

Uno splendido affresco rinascimentale, anch’esso recentemente restaurato, posto sulla parete al primo piano, adiacente  all’antico accesso del Palazzo, ritrae e magnifica i rappresentanti più insigni della Famiglia.

E’ chiara la volontà e l’esigenza dei proprietari, di dare una nuova valenza e connotazione al possedimento, fino a quel momento esclusivamente “agricolo”, sulla scia del gusto e della cultura  classico-rinascimentale imperante nelle corti di Napoli ed in genere in Italia.

A  questo periodo risalgono infatti, la realizzazione del Terrazzo Belvedere, il lungo viale d’accesso con il terminale padiglione “a cupola su pennacchi sferici”, la disposizione dei busti marmorei, ed numerosi elementi in terracotta quali anfore e grossi vasi decorati.

Anche la “casa palaziata”, viene modificata  con l’inserimento di saloni di rappresentanza con volte “a padiglione” dipinte e decorate “ a grottesche” e motivi floreali.  Nei “clipei” e nelle scene di fantasia, rimessi in luce dai recenti  restauri, si nota la stretta assonanza tra queste rappresentazioni e gli interventi realizzati nel “giardino”, a testimonianza dell’acquisita sensibilità e cultura paesistica  dei committenti(durante la prima metà del’700 Cimbrone divenne per circa 40 anni la residenza della nobildonna Isabella Del Verme Sasso vedova di don Pietro Fusco).

La difficile situazione politico-economica a cavallo dei secoli XVIII e XIX, l’intervento napoleonico che dispose il sequestro dei beni e possedimenti delle Famiglie aristocratiche, il ritorno a Napoli(città di origine) dei maggiori rappresentanti dei Fusco, l’avvento del “brigantaggio”, ma anche il forte terremoto che colpì il territorio della Costiera alla fine del “700, determinarono il periodo  di maggiore decadenza del territorio intero e, il conseguente abbandono della Villa.

La famiglia Fusco, per una serie di vicissitudini, vive una profonda crisi economica che, la portano, il 31 agosto del 1864, a perdere per indebitamento tutta la proprietà a favore dei fratelli Amici, commercianti e pastai di Atrani.

Nonostante tutto, Cimbrone pur se abbandonata, conserva anche in quegli anni intatto il suo fascino: Ferdinand Gregorovius, viaggiatore tedesco, nell’estate del 1853, nelle sue”note di Viaggio” la definisce come “ unaVilla incomparabile…, nel giardino ben coltivato,  crescevano i più bei fiori immaginabili, provenienti da innumerevoli piante del Sud…”  Fece da sfondo magico alla famosa cavalcata di Cosima e Richard Wagner nel maggio del 1880; dal diario di Cosima Wagner: “mercoledì, 26 maggio. Colazione serena e cavalcata su a Ravello, bella al di là di ogni descrizione. A Ravello trovato il giardino di Klingsor…cavalcata a via S.Chiara fino al piccolo padiglione, con fermata e cantata di Peppino, il panorama  da quel punto per me il più bello di tutti…(ndr. il padiglione è quello sul terrazzo di Villa Cimbrone).

  • FRANCESCO PANSA, Istoria dell’Antica Repubblica d’Amalfi. Napoli, 1724 2
  • MATTEO CAMERA, Memorie Storiche-Diplomatiche dell’Antica Città e Ducato di Amalfi. Salerno, 1876
  • LUIGI MANSI, Ravello Sacra-Monumentale. Ravello, 1987
  • GIUSEPPE IMPERATO, Amalfi-Ravello e Scala nella natura e nella storia e nell’arte. Amalfi, 1953
  • GIUSEPPE GARGANO, La città a mezza costa. Patriziato ed urbanesimo a Ravello nei secoli del Medioevo,2006

Alla fine dell’800, un illustre e colto cittadino inglese, Ernest William Beckett (1856-1917) 2° Lord Grimthorpe, facente parte di quella schiera di intellettuali esteti del «gran tour», viaggiatori alla continua ricerca delle radici della storia e della cultura occidentale, se ne innamorò perdutamente e, nel 1904 né comprò una parte (quella occidentale, la più grande) dagli Amici di Atrani. Ricco banchiere, proveniva da una colta e raffinata Famiglia, che annoverò fra i suoi componenti, anche importanti e noti architetti: fra questi, vogliamo ricordare, lo zio Edmund Beckett (1816-1905) 1° Lord Grimthorpe, che oltre ad essere il progettista di importanti chiese, realizzate principalmente nello Yorkshire, loro zona di origine, realizzò quello che nel corso degli anni è divenuto il simbolo rappresentativo londinese, il Big Ben.

Egli era giunto a Ravello su consiglio di alcuni conoscenti, anche per combattere una grave forma di depressione in cui era caduto dopo la perdita dell’ amatissima moglie Lucy Lee, scomparsa a soli 28 anni nel dare alla luce il suo unico figlio maschio. Questo piccolo paese, aveva acquistato nel corso degli anni una gradita nomea: molti stranieri, in preda da lungo tempo a intensi conflitti interiori, erano riusciti a riconquistare l’agognata serenità: era il luogo ove ritrovare la propria anima.

Ciò venne confermato anche dal Beckett che, guarito e stimolato dall’intensa felicità che questo posto gli provocava, decise di farlo rivivere e di farne uno stupendo gioiello, «il luogo più bello del mondo».

Fu coadiuvato appieno nella realizzazione del suo sogno da un cittadino ravellese conosciuto in Inghilterra a cui affidò l’esecuzione dei lavori, Nicola Mansi, personaggio dalla personalità eclettica e fantasiosa e dalle notevoli capacità inventive, che seppe sempre assecondare i desideri e le proposte dell’illuminato suo committente, viaggiatore di grande esperienza e attento collezionista di opere d’arte.

Il giardino venne in parte ridisegnato pur rimanendo fortemente condizionato da alcune preesistenze, in particolare dall’asse mediale (il viale centrale) che attraversa la proprietà da nord a sud. Improntato alle concezioni estetiche degli architetti e paesaggisti inglesi, quali Harold Peto, Edwin Lutyens e Gertrude Jeckyll, fu progettato sapientemente organizzando diversi “episodi” e vari percorsi diramantisi proprio dall’asse principale che dall’ingresso monumentale porta al Belvedere.

Tra la ricca e varia vegetazione autoctona ed esotica, in un felice connubio tra la tradizione paesistica inglese con quella dei giardini italiani, vennero inseriti innumerevoli e pregevoli elementi decorativi quali fontane, ninfei, tempietti, padiglioni, statue in pietra e bronzee, risultato del forte influsso della letteratura classica e nella reinterpretazione della “villa romana”.

Per la scelta delle essenze arboree e per le varie colture delle aiuole, il Lord si avvalse inizialmente di un botanico francese mentre, recenti studi hanno accertato l’intervento nella progettazione del giardino, della botanica inglese Vita Sackville West, a sua volta amica e dichiarata ammiratrice della famosa esperta di giardinaggio, Gertrude Jekyll, di cui numerosi sono i libri conservati nella biblioteca privata della Villa.

Fra gli interventi alla “casa palaziata”, in condizioni di grosso abbandono e degrado, ci fu la sostituzione della torre centrale bizantina con quella attuale merlata, l’innalzamento della torre “di guardia” adiacente all’ingresso, la ricostruzione del chiostrino moresco in buona parte crollato e la realizzazione del loggiato gotico, cosiddetta Cripta, con il piano soprastante. Sulla scia di ciò che era avvenuto qualche decennio prima con il gentiluomo scozzese Francis Neville Reid a Villa Rufolo che, con grande impegno e passione, riuscì a strappare all’oblìo “la piccola Alhambra”, che fu prestigiosa dimora dei Rufolo, anche Lord Grimthorpe e poi, la di lui figlia prediletta Lucille, vollero lasciare un segno indelebile del loro amore per questa cittadina.

Essi furono anche dei grandi benefattori pubblici: forte e coinvolgente fu il legame che ebbero con il paese e i suoi abitanti, dediti alla pastorizia e all’agricoltura come uniche risorse di vita; finanziarono la costruzione di strade, acquedotti, scuole, promuovendo vaccinazioni e assistenza medica, aiutando per decenni le famiglie più bisognose. Fortemente meritoria fu la loro opera tanto che vennero insigniti della cittadinanza onoraria. Tracciarono poi il primo ma estremamente importante solco nelle coscienze dei Ravellesi: la vera ricchezza è nella conservazione e rispetto della storia e nel forte e antico orgoglio di essere privilegiati tenutari di un prestigioso passato.

Invitiamo il gentile turista che desideri conoscere il cammino e lo sviluppo delle ricche vicende storiche artistiche e culturali di Ravello a consultare le fonti più accreditate e più facilmente disponibili (anche in copia anastatica). Fra queste citiamo:

  • FRANCESCO PANSA, Istoria dell’Antica Repubblica d’Amalfi. Napoli, 1724 2
  • MATTEO CAMERA, Memorie Storiche-Diplomatiche dell’Antica Città e Ducato di Amalfi. Salerno, 1876
  • LUIGI MANSI, Ravello Sacra-Monumentale. Ravello, 1987
  • GIUSEPPE IMPERATO, Amalfi-Ravello e Scala nella natura e nella storia e nell’arte. Amalfi, 1953
  • GIUSEPPE GARGANO, La città a mezza costa. Patriziato ed urbanesimo a Ravello nei secoli del Medioevo,2006

Dagli anni ’60, l’appassionato impegno e l’ “amorosa intelligenza” – volendo riprendere la definizione di Domenico De Masi, già Presidente della Fondazione Ravello – della famiglia Vuilleumier, ha permesso a Villa Cimbrone di riacquistare splendore, sia come luogo storico sia come giardino botanico.

L’ardita intuizione di Marco Vuilleumier al finire degli anni ’60, inseguita con profonda tenacia, è all’origine della felice impresa di recupero, conservazione e tutela di uno dei più importanti beni culturali campani.

Villa Cimbrone aveva infatti conosciuto un periodo di decadenza a cavallo della Seconda guerra Mondiale. Essendo di proprietà inglese, durante l’ultimo conflitto bellico la villa era stata sottoposta a sequestro dallo Stato Italiano e, per quasi un decennio, lasciata in condizioni di totale abbandono. Lo sviluppo arboreo spontaneo e l’assenza di governo degli impianti avevano dunque gravemente intaccato le prospettive e le visuali previste nel progetto originale.

A piccoli passi e con l’ausilio di preziosi suggerimenti di esperti paesaggisti e botanici di fama internazionale, i Vuilleumier hanno lavorato per riportare i giardini allo splendore originale. Oggi l’impresa di recupero è in buona parte compiuta, soprattutto grazie al contributo del prof. Thomas Wright, del prof.arch.Alberto White, dell’agronomo Federico Weber oltre che dei membri della famiglia Amato, oramai giunta alla quarta generazione di giardinieri.

Un’altra importante opera di recupero e restauro è stata attuata in questi ultimi anni intervenendo sul Palazzo che scontava le dannose e pericolose conseguenze di una serie di sovrapposizioni strutturali avute nel corso dei secoli, spesso con materiali poveri e di scarsa qualità. Nel corso dei lavori di restauro e ristrutturazione, il profondo amore per la storia di questi luoghi e la certosina cura professionale hanno fatto in modo che rimanesse intatta l’atmosfera dell’antica residenza aristocratica.

Il risultato è stato la creazione di un piccolo ma prestigioso Hotel de Charme all’interno dell’antica villa. In questo modo le stanze e i giardini della villa possono vivere ancor oggi secondo lo spirito originario. Le splendide camere con i preziosi pavimenti antichi vietresi, i saloni affrescati ed i caldi camini in pietra, continuando ad ospitare personaggi illustri, venuti tra gli splendori del mediterraneo alla ricerca di un luogo esclusivo, di una serenità vivificante e di una bellezza impareggiabile.

Pur non potendo contare sull’aiuto finanziario dello Stato, la Villa Cimbrone rappresenta un esempio importante di come, nel nostro Paese, con la necessaria dose di passione e intelligenza e con un costruttivo rapporto con istituzioni statali quali le Soprintendenze, sia possibile gestire privatamente, ed in modo assolutamente virtuoso, un sito monumentale di interesse collettivo.